Hello Damage Tokyo Tour Guide : la guida definitiva alla Tokyo underground

 

hello damage tokyo report

 

UPDATE!!!

Se volete contattare schultzzz e chiedergli informazioni, aneddoti, curiosità, sulla guida, i luoghi da lui visitati, sul Giappone e quant’altro, ora potete farlo. Scrivetegli una email a questo indirizzo, non ve ne pentirete: kouenjiburnout@gmail.com

 

Il mio primo viaggio in Giappone fu nel 2006. Avevo 20 anni, studiavo con grandissimo entusiasmo e pochissima serietà la lingua giapponese all’università, mi nutrivo di japanoise (Boredoms, Merzbow, Hair Stylistics, Keiji Haino…) e frequentavo le rassegne cinematografiche clandestine curate da Asian Feast allo squat XM24 e Nuovo Cinema Inferno al Link, dove vidi per la prima volta i vari Ringu, All Night Long, Guinea Pig, Tsukamoto Shinya e altri.

Non conoscevo nessuno che fosse mai andato in Giappone. Solo alcuni amici di uno zio, dei medici che c’erano stati forse negli anni ’80 per una conferenza e da cui avevo sentito dire che era il luogo più caro al mondo e avevo pagato per dell’uva ad acino. Tutto qui.

Era febbraio o marzo penso, faceva freddo (non abbastanza da impedirmi però di andare fino in Hokkaido e vedere per puro caso lo Snow Festival), i miei mi regalarono questa opportunità per la quale gli sarò per sempre riconoscente.

Presi e me ne andai via per un mese armato di Japan Rail Pass senza alcun programma preciso se non viaggiare il più possibile e spendere quasi nulla. Avevo letto l’indimenticabile “Autostop con Buddha” di Will Ferguson e la sua precedente minuziosa guida per autostoppisti in cui descriveva per filo e per segno dove fermarsi e prendere passaggi, le stazioni di servizio, gli snodi autostradali più trafficati del sol levante per viaggiare liberi senza uno yen in tasca. Alla fine non ci provai neppure a fare l’autostop, non sono mai stato abbastanza coraggioso, nonostante il Giappone sia sicuramente il posto più sicuro dove farlo (per un uomo).

Non erano però le 53 stazioni del Tokaido ad motivarmi, né ripercorrere il pellegrinaggio degli 88 templi dello Shikoku, bensì la megalopoli per eccellenza, Tokyo, quella perlopiù sognata attraverso Tokyo Fist, Akira, Tokyo Rampage, Megalopolis, una sua versione distopica filtrata da anime e film cyberpunk anni ’80, quella di cemento, vetro, ferro, fluidi corporei, sudata, oppressiva e disumanizzante, eppure viva e pulsante, disperatamente vitale, sull’orlo del collasso, della catastrofe nucleare o sismica imminente, ma che sanguina e urla e irrompe distruggendo tutto, inevitabile e primigenia. La nuova carne ballardiana, l’uomo di ferro di Tetsuo insomma.

 

 

I paesaggi che cercavo erano quelli immortalati da Araki Nobuyoshi, Romain Slocombe, Moriyama Daido, un bianco e nero trasudante neon, la Shinjuku notturna, del fuzoku, o meglio dell’ukiyo stesso, Kabukicho, dove qualsiasi desiderio poteva essere soddisfatto, dove l’immaginazione era finalmente al potere, l’angura bunka di Terayama Shuji, dove politica sessualità avanguardia e morte erano una cosa sola. L’underground più oscuro, quello delle pellicole sperimentali erotiche e sovversive di Wakamatsu Koji, delle audiocassette harsh noise di Masami Akita, i concerti di Hanatarash di Yamataka Eye che sfonda le mura di un club entrando letteralmente con un bulldozer e tagliandosi con una motosega. Volevo vedere i punk (The Stalin) di Burst City di Sogo Ishii, o i rockers motociclisti di Wild Zero, bere con yakuza romantici come Joe Shishido, fantasticare di rischiare insomma, nel paese meno rischioso del mondo.

 

 

Ero arrivato con almeno 15 anni di ritardo. Eppure qualcosa, anzi, tutto, si muoveva ancora, ma senza conoscere nessuno, né soprattutto parlare sufficiente giapponese questo mondo sommerso sarebbe rimasto tale, e inaccessibile ai non iniziati, soprattutto se gaijin (stranieri).

Non ricordo come lo trovai, eppure arrivai a questa strana guida online, Tokyo Damage Report, scritta da un tal schultzzz (ovviamente il mio pensiero andò subito al Dutch Schultz di William S. Burroughs, alimentando il mio interesse), che descriveva una Tokyo completamente diversa rispetto a quella della mia Lonely Planet, una Tokyo sporca, sudata, perennemente ubriaca, sull’orlo di una crisi di nervi, in preda alla convulsioni, alla psicosi sessuale, strafatta di shabu (metanfetamine), irrequieta, insomma quella stessa Tokyo che sognavo eppure sembrava una reliquia di film di 20 anni prima o delle prime traduzioni già rarissime dei libri di Murakami Ryu (eppure l’Espresso distribuì la videocassetta di Tokyo Decadence).

Fu probabilmente la ricerca di concerti a Tokyo che mi portò su questa strana guida, e adesso che ci penso forse stavo cercando informazioni sul live club 20000v di Koenji (adesso in un’altra location ma sempre a Koenji) che da qualche parte avevo letto esser stato aperto da John Zorn negli anni 80 (non trovo fonti, chissà se è vero) nel suo periodo, per me il migliore, di jazz core con i Naked City. O forse stavo cercando informazioni sul Design Festa, la galleria di Harajuku e il festival annuale di artisti indipendenti di cui abbiamo già parlato in questo articolo, di cui avevo inspiegabilmente visto un manifesto pubblicitario a Helsinki nel 2002 e che da allora mi aveva sempre affascinato.

 

 

Tokyo Damage Report offriva esattamente questo: informazioni dettagliatissime su live houses dedicate al noise (Shinjuku Urga, defunto), grind core, visual key; mini bar gestiti da ex rivoluzionari alcolizzati oppure a tema tokusatsu anni 60; negozi di mutandine usate (burusera); negozi di dischi hardcore o prog italiano; librerie d’avanguardia con libri su come diventare un magnaccia in Giappone e coffee table books sugli incidenti stradali (Animal アニマル, dovrebbe esserci ancora, a Koenji); boutique dedicate al feticismo delle lottatrici di wrestling femminile o al catfight; dove trovare synth analogici vintage; shopping malls rockabilly che avevo visto in Tokyo Ga di Wim Wenders; artigiani specializzati in corde giapponesi per il bondage kimbaku; gallerie d’arte specializzate nell’ero-guru e tanto altro.

Chiunque sia mai stato in Giappone sa bene quanto possa esser difficile trovare un qualsiasi posto, spesso anche i taxisti sono costretti a scendere e chiedere informazioni nei koban (piccole stazioni di polizia capillari) che tireranno fuori un’immensa mappa dove faranno del loro meglio per aiutarvi, e il più delle volte ristoranti e negozi riportano una piccola mappa sui biglietti da visita, e sto parlando del 2006, ben prima di Google Maps. Già capire quale uscita della metropolitana prendere può essere un’impresa (per non parlare di Shinjuku station), quindi avere un indirizzo quale 東京都千代田区平河町1-3-13 菱進平河町ビル1階 (in questo caso la defunta libreria Boujinsha, che a suo tempo vendeva solamente libri per lo studio della lingua giapponese) è praticamente inutile.

Ecco, Tokyo Damage Tour Guide (https://web.archive.org/web/20170915184127/http://www.hellodamage.com/top/tokyo-tour-guide) era, anzi è straordinaria proprio perché forniva dettagliatissime informazioni su come raggiungere la destinazione desiderata, tracciando percorsi fatti di numeri di passi, insegne con le quali orientarsi, istruzioni da seguire con attenzione, per addentrarsi il più delle volte in vincoli angusti, scalare vari piani di palazzi completamente anonimi, suonare a una porta come un’altra, per poi ritrovarsi ad esempio nel leggendario negozio di dischi noise NEDS di Daikan Plaza , al settimo piano di uno squallido palazzo d’uffici che nasconde però al proprio interno decine di negoziati semi legali di fetish vari e a suo tempo la sede di un’associazione per la diffusione della lingua esperanto… Trovare tutti questi luoghi sarebbe stato assolutamente impossibile al tempo, e anche adesso senza una guida adeguata. I giapponesi stessi non ne sono il più delle volte a conoscenza, e questo lato oscuro del Wa non sempre è visto di buon occhio, allo stesso modo in cui pochi parlano di prostituzione, sfruttamento, bordelli a cielo aperto sotto gli occhi di tutti a Kabukicho o in qualsiasi quartiere a luci rosse a fianco di una stazione.

 

Mie foto mosse di NEDS a Daikan Plaza

 

Il Giappone non è solo giardini zen, Sanrio, sushi, diligenza ed estremo rigore, kawaii e l’ormai Hayao Miyazaki. Tokyo, con la sua densità umana, la perenne mancanza di sonno, lo stress, i fallimenti personali dei tanti che migrano dalle campagne per trovare fortuna e spesso rimangono soffocati in una megalopoli immensa e spietata, è un ambiente a sé stante, dove vita, sesso, morte, soldi, arte e sofferenza generano una vera e propria vertigine.

 

Dal sito Tokyo Tour Guide, legenda dei luoghi

 

La guida di Tokyo Guide è divisa per quartieri (sono 47 a Tokyo), concentrandosi sui più grandi e densi di materiale antropologico quali SHINJUKU (il vero centro di Tokyo, se solo ne avesse uno, e sede della più grande stazione di metropolitana al mondo. Se non lo conoscete, eccovi un articolo esilarante del giornale satirico The Rising Wasabi a proposito), KABUKICHO (quartiere a luci rosse per eccellenza, dove trovare prostitute di qualsiasi genere, yakuza, un baseball batting cage aperto 24/7 e tanto altro), OOKUBO (quartiere coreano), WASEDA (quartiere universitario famose per la ramen street), KOUENJI (quartiere più tradizionalmente di sinistra, ricco di bar, live houses, gallerie e librerie indipendenti), IKEBUKURO (quartiere d’affari ma famoso anche per la strada commerciale Sunshine-dori), NAKANO (quartiere un po più nerdy, ospita la famosa Broadway Mall), AKIHABARA (Electric Town, piena di negozi d’elettronica ma anche patria degli otaku), HARAJUKU (dove si trova Takeshita-dori ed è nata la cultura del cosplay, piena di piccole boutique, haute couture, una volta il centro della moda indipendente di Tokyo, patria del Japan Cool, dove i ragazzi più stravaganti sfilavano con calzettoni colorati, piercing e costumi assurdi mangiando pancakes e zucchero filato, catturati dagli scatti di street magazines come FRUiTS. Ora sono prevalentemente grandi marchi e folle oceaniche di ragazzini vestiti tutti uguali e gaijin alla ricerca della moda perduta…), SHIBUYA (perfetto per il clubbing e soprattutto people watching, oltre al famoso incrocio Shibuya scramble e la statua di Hachiko, era patria della cultura black hiphop giapponese fino ai metà anni 2000, ben rappresentata dal manga e anime Tokyo Tribes e dal gioco Dreamcast Jet Set Radio), UENO (famosa soprattutto per il parco), SHIMOKITAZAWA (famoso per le live houses, i café e i negozi di vestiti usati, un po il quartiere hipster, in senso positivo, di Tokyo), KICHIJOUJI (un piccolo quartiere amichevole e caloroso sulla linea Chou, famoso per il Ghibli Museum, che all’epoca non era ancora stato aperto), MEGURO (ovvero, “occhio nero”, non perdete il museo dei parassiti), JINBOUCHOU (o BOOK CITY, è letteralmente una libreria d’antiquariato dopo l’altra, ma anche troverete anche tonnellate di manga hentai, poster di film, photo book di idol decadute dopo l’adolescenza e ridotte a gravure model) e ASAKUSA (quartiere tradizionale del tempio Senso-ji e degli artigiani), oltre a qualche altra curiosità (dove comprare souvenir folli, parchi giochi a tema, etc).

 

Il Japan Cool look secondo la defunta rivista FRUiTS

 

Stampai la guida e nella settimana che passai a Tokyo girai quartiere per quartiere alla ricerca di questi luoghi della mente altrimenti inaccessibili, dove spesso è impossibile comunicare in inglese (la guida specifica addirittura se lo staff parla inglese o meno) e a volte gli orari di apertura sono assolutamente arbitrari (NEDS ad esempio sembra essere aperto solo il sabato e la domenica dalle 19:30 alle 21:30…). Partendo da Shinjuku ricordo di aver visitato Mosakusha, una libreria anarchica dove mi sono caricato di flyer che tutt’ora sono a Ikigai, poi Maps’n’porn dove trovai una vhs del famigerato All Night Long (1992 il primo della serie, di Matsumura Katsuya, allora disponibile solo in costosissime edizioni olandesi, forse Tokyo Shock), バロク (Barok) con VHS di Faces of Death filippini e Bum Fights, poi Gangsta Barber, un barber shop a tema rap (la cultura black hiphop era negli anni ’90 e 2000 popolarissima in Giappone, come dimostra il libro HipHop In Japan di Ian Condry e la popolarità postuma di artisti, solo oggi definiti lo-fi, come la leggenda Nujabes), poi la catena di dischi Disc Union, con ogni piano dedicato a un genere diverso, Irregular Rhythm Asylum (di cui abbiamo già parlato qui, e a cui il nostro schultzzz ci indirizza con la seguente serie di istruzioni:

this place is insanely hard to find. It’s basically inside a shoebox hidden in a cupboard in a dungeon in the back of the castle on the 9 th level, and the Wizard served your ass with a Spell of Confusion. Plus, it’s around 20 minutes on foot from Shinjuku station. (but if you’re planning to visit the other anarchist bookstore, the maps-n-porn store, or the gay district of 2-chome ANYWAY, it’s not such a long haul). Start from Shinjuku station. Walk east on Shinjuku Dori (walk on the left side of the street). Walk and walk and walk. You’ll pass a TULLY’S coffee on the right. Maybe you’ll pass 2. Eventually, you’ll come to a traffic light. On the far side of the intersection is a big building with TOSHIN written in English. (it should be standing next to a building with YOZA YOZA YOZA!!! written in huge letters. This is the intersection for you. If you get to a HUGE intersection where the building on the far right corner has a sign reading ACHILLES on top of it, you’ve gone 2 blocks too far. Turn around. Anyway, you’ve found the “SHINJUKU DORI MEETS TOSHIN AND YOZA YOZA YOZA” intersection. Turn left, (north). You will enter a small maze of alleys. Walk for about 3 minutes until you come to an AM/PM store. Turn right and walk for about 20 feet, then take the first left into a little alley. The shop is on this very block! Walk about 20 feet. Pass the sign reading EARTHHREE. The building AFTER EARTHHREE is IRREGULAR RHYTHM ASYLUM. On your right. If you look up, you should see tiny, grey and black flags sticking out of a 3d floor window. That is the place! Go up the stairs and get off on the 3d floor. Pat yourself on the back for making it through the 9 th level dungeon maze!”.

 

 

Questo è il livello di difficoltà nello scovare tanti di questi luoghi, che purtroppo sono rimasti a volte soltanto nella mia immaginazione, o perché non sono riuscito ad arrivarci, o forse sono arrivato troppo tardi (Tokyo cambia in continuazione, e alcuni di questi luoghi non hanno alcuna vera ragione commerciale per sopravvivere se non l’ottusa determinazione o forse follia dei loro stessi proprietari), oppure non ho semplicemente avuto le palle per andare (ad esempio Guinea pig ギニーピッグ a Kabukicho, descritto come “piercing/body mod/gay bar” popolato di spogliarelliste in pensione, esibizionisti col trench, performance s/m ed occasionali orge, non proprio il mio ambiente, inoltre il nome stesso del locale corrisponde con la famigerata serie di simil-snuff movies iniziata nel 1985 dal mangaka Hideshi Hino (finalmente adesso in ristampa anche in Italia dopo una ormai introvabile edizione Telemaco degli anni ’90 che trovai ovviamente allo storico Mondo Bizzarro di via Alessandrini, Bologna), scambiata all’epoca per un vero film della morte nondimeno che da Charlie Sheen, che chiamò l’FBI. I creatori di Guinea Pig dovettero quindi pubblicare un making-of per dimostrare che era tutto falso, e da lì iniziò un altalenante serie di film). Scrivete direttamente a schultzzz per un aneddoto terrificante su questo macabro bar!

 

Barok da fuori, da questo blog

Barok di Koenji, da Wikipedia

Flyer d’annata di Barok e dei suoi discutibili libri

 

Oggi tutti conoscono Nakano Broadway Mall (di cui abbiamo parlato dettagliatamente in questo articolo) ma all’epoca Tokyo non era ancora la meta di centinaia di migliaia di otaku occidentali, e la mall offre librerie ostinatamente underground come Taco-che, la mecca del manga Mandarake, o rifugi per sottoculture hentai o di retro-tecnologia d’avanguardia Ascii, e ancora non era segnata su alcuna Lonely Planet.

Viaggiare nei primi ‘2000 non era un’esperienza come un’altra. È inutile fare della nostalgia, ce n’è già troppa, e soprattutto in questi tempi in cui viaggiare è letteralmente impossibile e non si sa quando si potrà riprendere. Negli ultimi anni in Italia il Giappone è letteralmente esploso, complice l’ottimo Pechino Express, qualche brutto libro scritto da celebrities, Youtubers discutibili, la pervasività della cultura geek e otaku che ha reso definitivamente mainstream leggere manga e guardare anime, fra l’altro disponibili su piattaforme di streaming, il sushi e ora la mania del ramen, insomma, viaggiare in Giappone è un’esperienza come un’altra. All’epoca non lo era però, e già ero arrivato tardi, e di quel viaggio ho pochissime fotografie, non avevo uno smartphone né una fotocamera digitale ma solo una usa e getta con cui ho scattato qualche sbiadita e timida immagine di quel viaggio.

 

dalla mia fotocamera usa e getta, chissà dove…

 

dalla mia fotocamera usa e getta, all’interno di un pachinko

 

Non c’erano social con cui condividere le proprie esperienze, ricordo che tenevo aggiornati i miei amici scrivendo mail di notte presso un qualche manga café dove passavo la notte per risparmiare sugli hotel. In una mail descrivevo ad un amico gli host, diciamo entraineuse al maschile, che avevo incrociato a Kabukicho come dei Rod Stewart giapponesi, con capelli gonfi, scarpe a punta, maniche lunghissime, giacche di pelle e trucco pensante, sigaretta alle labbra, mentre importunavano ragazze, probabilmente loro stesse lavoratrici dell’immensa industria del sesso nipponica, sotto la pioggia, per trascinarle nei loro club e farle spendere centinaia di migliaia di yen in bottiglie di champagne e cognac francese. Non li avevo mai visti.

 

Host primi anni 2000

 

Dal documentario “The Great Happiness Space: Tale of an Osaka Love Thief”, di Jake Clennel, già proiettato a Ikigai Room

 

 

Sono tornato in Giappone nel 2018 e anche il loro modo di vestire era cambiato, i volti degli host più popolari erano sulle facciate dei locali mentre le strade di Shinjuku erano letteralmente invase da stranieri. All’epoca c’ero io e pochi altri, ero veramente in un mondo completamente alieno e lontanissimo da casa.

Seguì la guida come meglio potevo, poi dovetti però tornare a casa ma fui di nuovo in Giappone nel 2007/08 e ripresi con me quella guida, sempre la stessa copia stampata non esistendo ancora gli smartphones. Cercai di completare l’opera ma la guida continuava a cambiare e l’impresa era troppo ardua. Contattai anche schultzzz per parlare di musica. Di lui sapevo poco, penso insegnasse inglese come tutti gli occidentali sono costretti a fare, ma il sito conteneva tanto altro, dall’antropologia alla sua musica (qui la sua pagina Bandcamp, aggiornata con nuova musica al 2019! ), uno strano mix di hiphop, comedy music alla Weird Al Yankovic, punk hardcore, in inglese e giapponese, tutto rigorosamente lo-fi e gratuito! Poi rantings sulla politica, descrizione di sogni, interviste, recensioni di concerti punk fino a vere e proprie traduzioni di libri dal giapponese all’inglese, quali il capolavoro di Oe Kenzaburo17” e “Death of A Political Youth“, poi “Japanese Are Half Fallen” di Nakajima Yoshimichi e il true-crime “Ura Hello Work” di Shinya Kusaka all’epoca, e ancora oggi, non tradotti, e una guida sullo studio della lingua giapponese, che da esilarante guida al linguaggio hentai si è poi evoluta a un vero e proprio metodo di apprendimento con Kanji Damage, aggiornato fino a un paio di anni fa (ha anche una pagina Facebook), per lo studio di ben 1.700 kanji attraverso barzellette, giochi di parole e altre tecniche tongue-in-cheek che rendono schultzzz non solo un artista e un personaggio incredibile, ma anche un ottimo sensei di lingua giapponese. Il tutto free!

 

 

La sua conoscenza di Tokyo, il livello di accesso ai suoi angoli più nascosti e oscuri, sono unici, non c’è nessun altro sito o risorsa, a 15 anni di distanza, che si avvicini minimamente a quello che schultzzz è riuscito a raccogliere nel suo sito: una quantità di minuziose informazioni, ricerche, studi, anni e anni spesi ad approfondire la lingua giapponese e le sue più intime e a volte imbarazzanti sfumature, la documentazione maniacale di una città, anzi di un universo, in alcuni dei suoi anni più difficili (post bolla economica バブル景気, post attentati al sarin del 1995, post crash del dotcom, post-post…), in cui il Giappone si è fondamentalmente chiuso in sé stesso ed è diventato estremamente autoreferenziale, masturbandosi nella cultura otaku e cullando un’immagine di perfezione e digitalizzazione ben lontani dalla realtà.

Tutto questo ripeto, pre-social, pre-Google Maps (qui sotto troverete una versione Maps della sua guida aggiornata però al 2014), pre-Google in generale (non ricordo quale motore di ricerca usassi nel 2006, forse Yahoo, e non c’erano di sicuro strategie di indicizzazione e SEO che potessero fare emergere il suo sito nell’oceano che è internet) pre-Youtube, pre-sdoganamento della cultura otaku (Toonami è arrivato su Adult Swim solo ad inizio 2000 portando gli anime al pubblico statunitense quindi sostanzialmente a tutto il mondo e rendendolo un fenomeno definitivamente mondiale e fine a sé stesso).

Questa guida è frutto di conversazioni, amicizie, passaparola, forum e bulletin board in indecifrabile giapponese, e vera e propria wanderlust, gioia e desiderio di viaggiare, senza meta, scoprendo il diverso, il fantastico, l’altro.

Tokyo Tour Guide non viene più aggiornata al 2014, quando schultzzz ha probabilmente lasciato il paese per dedicarsi ad altre avventure. Il sito, Hello Damage, è rimasto funzionante fino al 2019, aggiornandolo con rubriche d’opinione politica fino al 2018, quindi ben documentando il disastro dell’era Trump, ma ora non esiste più, se non in una sua forma d’archivio grazie a Wayback Machine di Internet Archive, una non-profit che archivia appunto i siti e le pagine web “morte” fornendone una fotografia di come apparivano in vari momenti passati, una fonte storiografica d’importanza cruciale. Foto e link ospitati su siti esterni non ci sono più, ma il nucleo del sito, ovvero i suoi scritti, e la guida, sono ancora lì.

Non sono tornato in Giappone per altri 10 anni, fino al 2018, e mi sono ricordato di quel sito che non consultavo da tempo, trovandolo purtroppo fermo al 2014. Ho ripercorso alcune di quelle strade, di quei vicoli, scale, palazzi, interni, trovando sopratutto posti che avevano cambiato nome, mano e gestione mille volte, scomparendo completamente se non sul suo blog. Qualcuno sopravvive, come Animal アニマル, gli oramai celebri Village Vanguard (catena librerie un tempo fringe ma adesso pieni di gadget e poco altro), Radio Kaikan, Design Festa Gallery, e chissà quanti altri. Yoyogi Park ovviamente non lo sposta nessuno, anche se i ballerini rockabilly non li ho visti.

 

アニマル (Animal) di Koenji, da questo blog che descrive, purtroppo in giapponese, i vari negozi di Koenji, fra giocattoli americani, vestiti e dischi vintage

 

Juvenile Delinquent, una boutique di Shibuya specializzata in zoot suits (larghi completi da uomo a vita altissima e dalle spalline imbottite popolari fra le minoranze americane negli anni ’40, quello giallo indossato da Jim Carrey in The Mask per intenderci), con bastoni per pimp, candelabri d’oro, tende di velluto e un proprietario completamente immerso nella cultura chicano che rappa col nome Loco Coyote, purtroppo non c’è più. Ovviamente non ho mai sentito il bisogno di comprare in Giappone un completo per partecipare all’annuale Players Ball di Chicago, ma il fatto che un negozio del genere esistesse, in Giappone poi, mi ha sempre attratto e rincuorato.

 

 

Il Giappone è dove sottoculture provenienti da tutto il mondo possono coesistere e nello stesso luogo e tempo eppure non avere più quasi nulla in comune con la tradizione da cui nascono, finendo per essere “giapponesizzate” , assimilate a tal punto da diventare una cultura indipendente, oppure essere perfezionate fino a trovare nella terra del sol levante una propria patria. Non so come la cultura chicano sia giunta in Giappone, forse attraverso il rap o le gyaru col blackface, eppure è possibile vedere lowriders girare per le strade in qualsiasi città.

 

Da Tokyo Fashion, un “juvenile delinquent” per le strade di Harajuku

 

Consiglio la lettura dell’ottimo libro di David Marx (già autore dei siti Neojaponisme e Neomarxisme da cui abbiamo attinto già varie notizie, e ora di NJP#1: Shōwa Tokyo, una raccolta di scritti tratti dal sito che vuole ripercorrere una guida alla Tokyo dell’era Showa) “Ametora: How Japan Saved American Style”, sull’adozione da parte dei giovani giapponesi della moda e stile americani interiorizzandoli fino a costituire una nuova tradizione, l’“American Traditional”, o in wasei-eigoametora” appunto, con brands quali Uniqlo, Evisu e altri, e diventare la mecca per gli amanti di vintage denim jeans e sneakers di tutto il mondo nella forma e rigore più oltranzista e fedele ma allo stesso tempo più sincretico e all’avanguardia.

 

 

Tokyo Tour Guide è prima di tutto una guida all’umanità di Tokyo, nel suo senso più caloroso e curioso possibile. Schultzzz ama le persone che incontra, non importa quanto imperfette, scontrose, intolleranti, ubriache e folli che siano, e le ama a tal punto da offrircene una dettagliatissima mappa antropologica e psicogeografica che rimarrà nel tempo, e che non solo permetterà a un pubblico di lettori e viaggiatori stranieri di capire cos’era Tokyo nei primi anni ‘2000, ma anche a me stesso di ricordare quello che sono stato in quegli anni e che desideravo scoprire ed essere in quel preciso luogo e tempo che ha formato il mio immaginario e del mio sé.

Quella di Tokyo Guide è una deriva, e nelle parole di Guy Debord:

Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari”.

 

 

 

Per inciso (lo scopro ora, grazie Wikipedia), The Naked City, nome del gruppo di Zorn con Yamataka Eye dei Boredoms che mi spinse a cercare informazioni sul club Den Atsu 20.000v, è una mappa psicogeografica di Guy Debord, dove prende 19 sezioni di Parigi e le ricompone in ordine casuale, invitando il fruitore della mappa a scegliere il proprio percorso attraverso una serie di frecce che tengono questi pezzi insieme, tracciando percorsi storici ed esistenziali che vanno al di là di quello che appare, delle facciate e costruzioni del presente, offrendo prospettive che vanno al di là del tempo e della funzionalità.

Sarò sempre grato a Steven Schultzzz, e non sono il solo ad esserlo ovviamente. Altri amici che sono stati in Giappone, non a caso attirati da interessi a me affini quali noise, film “proibiti”, l’umanità più sconcia insomma, l’hanno divorata quanto ho fatto io. C’è qualche post su Reddit che ancora ne parla, ma come dicevo il sito non c’è più se non nel riflesso di quello che era, ed appartiene a quel mondo pre-social che internet ha rimosso completamente affogandolo nelle pagine più recondite di una qualsiasi ricerca.

Pochi ricordano i blog ormai, sui quali ho scoperto tantissima musica ai tempi di Megaupload. Qualcuno è ancora fortunatamente ancora vivo, come il mio preferito, Flying Teapot di Burek, che ringrazio. Solo anni più tardi ho capito che il suo banner era tratto dal manga Nijigahara Holograph di Asano Inio, che avevo letto anni prima in scan, prima che lo pubblicasse Panini Planet Manga e diventasse un classico.

 

“Nijigahara Holograph” di Inio Asano, banner del blog The Flying Teapot

 

I blog che erano luoghi della mente, in cui chi era dietro la tastiera tracciava fitte mappe fatte di scansioni e traduzioni di anime, film, dischi introvabili, il tutto fregandosene di copyright in nome di una free culture ormai completamente andata. Trovare quegli stessi film che vidi per la prima volta alle rassegne carbonare notturne di Asian Feast (che qui ringrazio ancora), o alle prime edizioni di Future Film Festival, è ormai impossibile, magari con qualche torrent di Demonoid creato più di dieci anni fa, ma tutto ciò che è altro, oltraggioso, eterodosso, anarchico, eccessivo e disperato che mi ha avvicinato al Giappone, non lo troverete su Netflix o Disney Plus, così come i luoghi tracciati da Schultzz non li troverete su nessun travel blog, né su Atlas Obscura, né su Lonely Planet. Ve li dovrete cercare, sporcandovi le mani, sbagliando, rimanendo fregati in uno snack bar da quattro soldi dove l’attempata mama san vi farò strapagare una birra e due noccioline, venendo fermati da un buttadentro nigeriano a Ropponghi o semplicemente perdendo l’ultimo treno per casa.

 


Dal Bandcamp di schultzzz

Per chi interessato, qui ci sono due libri di Steven Schultz in ebook, e qui la sua musica. Ho ritrovato Steven nella colonna sonora di una bellissima serie di audio guide “Tokyo Realtime”, di Akihabara e Kabukicho a cura di White Rabbit Press, ora gratis, con contributi di esperti quali Patrick Macias. Anche queste appartengono ormai al passato purtroppo, ma costano davvero poco e vi condurranno per le strade affollate di questi due quartieri così battuti ma con così tanto da offrire a chi ha voglia di scoprire qualcosa di nuovo.

 

 

2020-05-29T22:23:51+00:00